venerdì 22 marzo 2019

Le Fiabesche origini di AZZIZZART

Martina si recava con il lupo nel bosco a raccogliere e sistemare fiori. Vabbè non era un lupo ma un cane, vabbè non era un bosco ma una discarica abusiva, vabbè non erano fiori ma pezzi di mobili. Era possibile immaginare un incipit migliore? Probabilmente sì.

Nella loro vita insieme, Martina e il suo cane avevano raggiunto un compromesso: uno dei due prometteva di non fare la pipì in casa e la controparte si impegnava a fare compagnia all'altra nelle lunghe passeggiate.
C'era una campagna vicino casa loro o comunque un posto dimenticato dall'asfalto e dall'edilizia e con vegetazione spontanea: un piccolissimo accenno di quello che doveva essere quel posto nel passato, allo stesso modo di come da un acquario ci si poteva fare un'idea del mare. Ma prima di raggiungere questa meta bisognava attraversare l'ultima testimonianza di "civiltà umana": il passo era sbarrato da rifiuti di tutti i tipi. Chi li aveva buttati doveva essere particolarmente timido perché lo aveva fatto in posti dove pensava di non essere visto. Martina non era Sherlock Holmes e non era neanche di C.S.I. Brancaccio, ma notò che i rifiuti più frequenti erano scheletri di frigoriferi, stampanti ed eternit. Il tutto non doveva essere proprio un buon indicatore della salubrità dell'aria. Ma l'odore più forte, o almeno quello maggiormente percepibile, era quello di resti organici in putrefazione non identificati, tra i quali spiccavano un buon numero di resti di pesce spada.

E poi ovunque mobili, infinite distese di mobili: resti di divani, letti, comodini, cassettiere, tutto.

E mentre il cane spronava Martina ad accelerare il passo verso una meritatissima pisciata, lei decise di fermarsi e mettere in ordine. Prese un comodino sbilenco, raddrizzò una poltrona lasciata là, sistemò i resti di una televisione sul mobile, mise i cassetti, sistemò i libri e le videocassette buttate e trovò ogni dettaglio per costruire una stanza a cielo aperto, ammobiliata di tutto punto. Alla fine pure un vaso, dentro il quale mise un fiore che aveva avuto il coraggio e la determinazione di nascere lì. Adesso Martina aveva questa stanza e poteva farne altre, all'infinito. Tanto spazio e poca compagnia, visto che il cane aveva deciso di prendersi una pausa di riflessione da Martina. Come biasimarlo.

E cosa si fa di solito quando si é soli in una casa nuova? Beh, si invitano gli amici. Ma gli amici, in questi casi, non vengono mai a mani vuote. Qui ognuno doveva fare qualcosa in base a quello che gli riusciva meglio.
Gianluca: in possesso di attrezzatura fotografica e di grande maestria nell'usarla.
Paolo: in possesso di un computer che, nelle pause dal porno, usava amabilmente come grafico e designer.
Davide: fisico alto e robusto, adatto a spostare di peso i mobili per ricostruire le stanze, ma sembrava brutto dirgli così e allora gli si disse che era lo scrittore del gruppo e gli si facevano scrivere i testi.
Anita:  fotografa, grafica e modella, ma le si era fermata la macchina e quindi aveva avvisato che sarebbe arrivata in ritardo.
Gli amici quando si trovano bene non se ne vanno e la casa diventò dell'intero gruppo. Il gruppo si diede un nome "azzizzart", dal siciliano "azzizzare" che vuol dire sistemare, abbellire, arrangiare.
Il sultano arabo che dominò la Sicilia nel 800 d.C. venne a reclamare la proprietà intellettuale della prima parte del nome e in effetti “al aziz” significa "splendente in modo glorioso" in arabo. Tutti gli altri che hanno usato la parola azzizzare o parte di essa hanno copiato da lui, sia chiaro.
Era anche importante ricordare che la stanza di Martina (ora di azzizzart), proprio per costituzione, era senza mura e quindi era aperta a chiunque volesse dare una mano.

Un giorno Giada , una nuova amica che passava di là nel giorno più freddo immaginabile per il clima normale di quella lontana e solitamente calda isola, fece loro una domanda:
Ma voi qui che fate?
Il gruppo azzizzart rispose più o meno così:
«Con questo nostro primo progetto utilizziamo l’arte per fare emergere ciò che ci sommerge: i rifiuti. Creiamo ambientazioni domestiche sistemando, o meglio azzizzando, ciò che la “natura umana” ci offre: scheletri di frigoriferi, pezzi di mobili e davvero tanto altro. Con queste cose ricostruiamo delle stanze ammobiliate. Vogliamo mettere in evidenza come con la stessa naturalezza con la quale viviamo in casa, viviamo anche nella spazzatura. Posti lasciati all’abbandono come questo comunicano e noi traduciamo questo grido d’allarme in immagini e lo rendiamo visibile attraverso l’arte.» Nacque così il progetto SALOTTI URBANI.

E la fiabesca storia azzizzart iniziava così.

Scritto da DAVIDE VENEROSO. 















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