sabato 30 marzo 2019

Baglio Conte Federico.

Ancora lontana dall'idea della villeggiatura, la nobiltà ravvisava piuttosto in queste residenze di campagna la possibilità di vigilare, dalla primavera all'autunno, sul lavoro dei contadini, oltre che dedicarsi ai passatempi preferiti, che all'epoca consistevano negli svaghi venatori, nel ricevere i propri pari, nell'organizzare feste e conviti, occasione propizia per gustare il pregevole vino locale di cui questa contrada andava rinomata.
Molti secoli fa questo baglio fu il cuore del vasto possedimento dei conti Federico, che ha dato nome a tutta la contrada attraversata dall'ononima lunghissima via: oltrepassato il centro abitato, questo antico tracciato prosegue verso Maredolce, stretto e incassato fra alte muraglie che ancora ricordano lo sconfinato tenimento dei Federico dei San Giorgio, formatosi attorno ad un antico baglio originariamente appartenuto ai Padri Domenicani.
Al di là di questa via, di tratto in tratto, da cancelli gelosamente chiusi, si intravedono ancora fondi estesi e ben coltivati, raccolti attorno a torri rusticane cinquecentesche come Alici, Valdaura e Favarella, le ultime pressochè riconoscibili, in quanto trasformate in piacevoli ville residenziali. Anche il baglio agricolo dei Federico fu oggetto di trasformazione residenziale sencondo una studiata ricerca di simmetrie e proporzioni: a ricordo del passato è rimasto il portale ad arco che si apre su Via Conte Federico, significativo esempio di quei tradizionali moduli rurali collegati alla tipologia dei bagli.
In fondo all'ampia corte rettangolare si leva la mole imponente di questa villa nobiliare con i sui cinque balconi sorretti da robuste mensole in pietra dalle modanature tondeggianti che, con eguale cadenza, si riempono sul retroprospetto. Questi mensoloni, insieme all'elegante inserto del passo carraio, costituiscono l'unico elemento decorativo delle mura esterne, lasciate volutamente rustiche.
In basso, sulla destra, si apre l'ampio fornice attraverso il quale si passa attraverso il retro della costruzione che prospetta sull'agrumeto e spinge fino al limite dell'autostrada Palermo-Catania.


Anche questa facciata è simile alla precedente, pur denotando una maggiore cure nella realizzazione dei balconi, uno dei quali presenta una ringhiera a petto d'oca e le consuete mensole di sostegno.
L'ingresso al piano nobile, avviene da una scala interna con volta lunettata che immette in una fila di saloni.
In contrasto con il tono rustico e severo della costruzione esterna,  i conti Federico cercarono qualche tratto di nobile distinzione negli interni: difatti le volte a padiglione del salone d'onore, dell'altezza smisurata di circa otto metri, conservano una vivace decorazione a fresco di allegorie araldiche, ancora leggibili nonostante le scrostature e il sudiciume.
Sui lati lunghi, due scene naturalistiche inserite dentro medaglioni in stucco riprendono forse elementi del paesaggio circostante come doveva presentarsi a quell'epoca.
Di particolare pregio il pavimento realizzato con mattoni in maiolica e motivi floreali, significativo esempio di quella ormai rara ornamentazione a finti cassettoni dipinti, con le travi lasciate volutamente scoperte secondo un gusto proprio del XVII secolo, quindi anteriore alla moda delle volte stuccate e affrescate.
Dal salone principale si esce su un terrazzo quadrangolare che fa ancora da copertura ai corpi rustici sottostanti , costruiti in grossi blocchi di tufo caratterizzati da aperture ad arco. 

Questo terrazzo un tempo dominava tutto il paesaggio circostante, fino alla riva del mare, mentre oggi attorno, si vedono solo villette e palazzi. Tuttavia, se si guarda dalla parte del monte Grifone, si ravvisano con chiarezza la chiesa di San Ciro, il castello di Maredolce e, tutto intorno, quel poco che resta della verde campagna della Conca d'oro.
Aggregata al baglio esisteva una chiesa costruita dal conte Antonio Federico, distrutta nel 1812 ricostruita e  poi demolita nel 1935 per far posto a un più ampio edificio che nulla più conserva degli elementi originari.
Agli inizi dell'800 il baglio è passato alla famiglia Pagano. Oggi continua a essere abitato da gente modesta che vive modestamente in quella che fu una grande casa da signore. 

giovedì 28 marzo 2019

I lidi della costa sud.

Nel litorale di Romagnolo il primo stabilimento che si incontrava, era quello chiamato Risorgimento Italiano che sorgeva presso la Colonnella. La Colonnella di Romagnolo si trova di fronte l'ospedale Buccheri La Ferla ed è una colonna sormontata da una statua della Vergine Immacolata. Questo monumento, fatto erigere nel 1790 dal senatore della città Corradino Romagnolo, viene denominato "la colonnella".



Oltre alla Colonnella sorgevano, invece, due luoghi simbolo delle estati balneari palermitane lo Stabilimento Trieste-Virzì (1896) e lo stabilimento Delizia-Petrucci (1900).

Antonino Virzì fu il fondatore dello stabilimento Trieste-Virzì. A lui subentrò nella gestione il figlio Francesco Paolo e, a partire dagli anni '30, i suoii nipoti, uno dei quali andò a gestire la succursale allo Sperone, chiamata Stabilimento Trieste Stella. 
Dalla fine degli anni '30 le strutture dello stabilimento Virzì furono realizzate in muratura lungo l'arsenile, e si distinsero per la presenza di due grandi terrazze: una posta all'ingresso dello stabilimento e l'altra costruita sopra un gruppo di cabine, direttamente sul mare.

Lo stabilimento Delizia-Petrucci, invece, fu fondato da Antonino Petrucci, soprannominato "il galantuomo". Sorgeva davanti al vicolo Spanò e fu gestito dal fondatore fino alla sua morte nel 1922, quando subentrò la vedova Giulia Zunica. Di anno in anno, i due stabilimenti vennero implementati e migliorati. Il lido Petrucci era dotato di un'altalena e un trampolino per i tuffi, raggiungibili dalla riva a bordo di un'imbarcazione, e di un "campo di nuoto", fiancheggiato da imponenti gradinate dalle quali si poteva assistere alle gare sportive organizzate fra le squadre degli stabilimenti. Presso l'arenile del Lido Trieste. Virzì, invece, veniva innalzata annualmente una monumentale giostra.


L'esperienza balneare della contrada Sperone risale al 1928 ed è legata principalmente ai Bagni della Salute, in contrada Vetrana, impiantati da Angelo Castelli. Accanto a questi vi era anche uno stabilimento gestito da Vito Bajamonte e lo stabilmimento balneare Savoja di Bernardo Rizzo. Anche alla Bandita di fronte la vetreria Caruso, sorsero nel tempo piccole strutture legate alla balneazione come quelle del 1926 realizzata da Francesco Ermini e, poi passate, nel 1928, alla gestione di Francesco Paolo Sinagra.


Nella zona di Acqua dei Corsari, la realizzazione di una prima struttura risale al 1928 grazie a una istanza presentata dal sacerdote Vincenzo Palermo. Qui, a partire dal 1930, sorse anche lo Stabilimento Santa Rita. Lungo il litorale di Acqua dei Corsari c'era anche il Lido Olimpo ma siamo già nel dopoguerra, aperto nel 1951 dalla famiglia Nolano, e lo stabilimento di bagni di Vincenzo Tramontana, impiantato stagionalmente a cominciare dal 1882, lungo l'arenile antistante la piazza, e accanto alla cosiddetta pescheria Reale.
Molti palermitani frequentavano questa borgata anche grazie al vaporetto Corvaja e alla linea del tram elettrico che collegava il centro cittadino. 


mercoledì 27 marzo 2019

Secondo appuntamento (r)evolution Romagnolo

Il secondo incontro di  (r)evolution Romagnolo è andato alla grande ! 
Che dire ? eravate in tantissimi e non smetteremo mai di ringraziarvi.
Il palermitano non è solo quello pigro e strafottente in grado  di lamentarsi, il palermitano è anche colui che crede nella propria città e che si sbraccia le maniche per dare un futuro migliore a se stesso e alle generazioni che verranno.




venerdì 22 marzo 2019

Le Fiabesche origini di AZZIZZART

Martina si recava con il lupo nel bosco a raccogliere e sistemare fiori. Vabbè non era un lupo ma un cane, vabbè non era un bosco ma una discarica abusiva, vabbè non erano fiori ma pezzi di mobili. Era possibile immaginare un incipit migliore? Probabilmente sì.

Nella loro vita insieme, Martina e il suo cane avevano raggiunto un compromesso: uno dei due prometteva di non fare la pipì in casa e la controparte si impegnava a fare compagnia all'altra nelle lunghe passeggiate.
C'era una campagna vicino casa loro o comunque un posto dimenticato dall'asfalto e dall'edilizia e con vegetazione spontanea: un piccolissimo accenno di quello che doveva essere quel posto nel passato, allo stesso modo di come da un acquario ci si poteva fare un'idea del mare. Ma prima di raggiungere questa meta bisognava attraversare l'ultima testimonianza di "civiltà umana": il passo era sbarrato da rifiuti di tutti i tipi. Chi li aveva buttati doveva essere particolarmente timido perché lo aveva fatto in posti dove pensava di non essere visto. Martina non era Sherlock Holmes e non era neanche di C.S.I. Brancaccio, ma notò che i rifiuti più frequenti erano scheletri di frigoriferi, stampanti ed eternit. Il tutto non doveva essere proprio un buon indicatore della salubrità dell'aria. Ma l'odore più forte, o almeno quello maggiormente percepibile, era quello di resti organici in putrefazione non identificati, tra i quali spiccavano un buon numero di resti di pesce spada.

E poi ovunque mobili, infinite distese di mobili: resti di divani, letti, comodini, cassettiere, tutto.

E mentre il cane spronava Martina ad accelerare il passo verso una meritatissima pisciata, lei decise di fermarsi e mettere in ordine. Prese un comodino sbilenco, raddrizzò una poltrona lasciata là, sistemò i resti di una televisione sul mobile, mise i cassetti, sistemò i libri e le videocassette buttate e trovò ogni dettaglio per costruire una stanza a cielo aperto, ammobiliata di tutto punto. Alla fine pure un vaso, dentro il quale mise un fiore che aveva avuto il coraggio e la determinazione di nascere lì. Adesso Martina aveva questa stanza e poteva farne altre, all'infinito. Tanto spazio e poca compagnia, visto che il cane aveva deciso di prendersi una pausa di riflessione da Martina. Come biasimarlo.

E cosa si fa di solito quando si é soli in una casa nuova? Beh, si invitano gli amici. Ma gli amici, in questi casi, non vengono mai a mani vuote. Qui ognuno doveva fare qualcosa in base a quello che gli riusciva meglio.
Gianluca: in possesso di attrezzatura fotografica e di grande maestria nell'usarla.
Paolo: in possesso di un computer che, nelle pause dal porno, usava amabilmente come grafico e designer.
Davide: fisico alto e robusto, adatto a spostare di peso i mobili per ricostruire le stanze, ma sembrava brutto dirgli così e allora gli si disse che era lo scrittore del gruppo e gli si facevano scrivere i testi.
Anita:  fotografa, grafica e modella, ma le si era fermata la macchina e quindi aveva avvisato che sarebbe arrivata in ritardo.
Gli amici quando si trovano bene non se ne vanno e la casa diventò dell'intero gruppo. Il gruppo si diede un nome "azzizzart", dal siciliano "azzizzare" che vuol dire sistemare, abbellire, arrangiare.
Il sultano arabo che dominò la Sicilia nel 800 d.C. venne a reclamare la proprietà intellettuale della prima parte del nome e in effetti “al aziz” significa "splendente in modo glorioso" in arabo. Tutti gli altri che hanno usato la parola azzizzare o parte di essa hanno copiato da lui, sia chiaro.
Era anche importante ricordare che la stanza di Martina (ora di azzizzart), proprio per costituzione, era senza mura e quindi era aperta a chiunque volesse dare una mano.

Un giorno Giada , una nuova amica che passava di là nel giorno più freddo immaginabile per il clima normale di quella lontana e solitamente calda isola, fece loro una domanda:
Ma voi qui che fate?
Il gruppo azzizzart rispose più o meno così:
«Con questo nostro primo progetto utilizziamo l’arte per fare emergere ciò che ci sommerge: i rifiuti. Creiamo ambientazioni domestiche sistemando, o meglio azzizzando, ciò che la “natura umana” ci offre: scheletri di frigoriferi, pezzi di mobili e davvero tanto altro. Con queste cose ricostruiamo delle stanze ammobiliate. Vogliamo mettere in evidenza come con la stessa naturalezza con la quale viviamo in casa, viviamo anche nella spazzatura. Posti lasciati all’abbandono come questo comunicano e noi traduciamo questo grido d’allarme in immagini e lo rendiamo visibile attraverso l’arte.» Nacque così il progetto SALOTTI URBANI.

E la fiabesca storia azzizzart iniziava così.

Scritto da DAVIDE VENEROSO. 















C'era una volta la Costa Sud

Negli anni 30 del '900, lungo la Via Messina Marine furono aperti numerosi stabilimenti balneari, fiorirono rinominati ristoranti e furono allestite colonie estive per bambini, strutture sanitarie elioterapiche ed assistenziali.
Di queste strutture rimane l'Ospedale Buccheri La Ferla dell'Ordine Ospedaliero dei Benfratelli.
L'ospedale fu istituito nel 1964 con un lascito della sig.ra Anna Buccheri La Ferla, figlia del professore Rosario Buccheri e moglie del prof. Luigi La Ferla, nella villa di famiglia, sorta nel luogo in cui due secoli prima esisteva la villa di Corradino Romagnolo. 


Verso il mare è l'ingresso del al solarium "Vittorio Emanuele III" fondato nel 1928 da Pietro Valenza per la cura elioterapica dei bambini affetti da tubercolosi grave; l'istituto, ottenuto dalla ristrutturazione su progetto di Ernesto Basile di un precedente cantiere navale, comprendeva cinque edifici ed una serie di terrazze sul mare e poteva ospitare fino a 1.000 piccoli malati; è rimasto in funzione fino agli anni '80. Ad Acqua dei Corsari si trova La casa del fanciullo "Padre Pio" dei padri Vocazionisti, fondata nel 1962 da padre Vito Bonadonna, parroco della vicina chiesa del SS. Crocifisso.

Lo sfruttamento industriale della fascia costiera iniziava dopo l'Unità d'Italia, sopratutto con impianti per la produzione di laterizi e manufatti per l'edilizia, necessari allo sviluppo urbanistico della città.
Nella zona di Acqua dei Corsari vi erano numerosi stazzoni per la lavorazione di manufatti d'argilla: sul lato mare, la fabbrica di mattoni detto "lo stazzone di Acqua dei Corsari" con due canne fumarie ancora oggi visibili. 
Lo stazzone di Acqua dei Corsari
Accanto sono i ruderi del mulino d'acqua sei Corsari, i cui archi d'adduzione furono utilizzati per la linea ferrata a scartamento ridotto. 

Più avanti, verso Ficarazzi, erano le Fornaci della "Mattonaia a vapore", fabbrica di ceramiche di Giuseppe Puleo, divenuta negli anni '30 Industrie Laterizi dei fratelli Di Fazio e chiusa negli anni '60.
Ai primi decenni del xx secolo risalgono le residue strutture della Vetrerie Caruso, esteso impianto industriale fondato da Ignazio Caruso, in disuso dalla fine della seconda guerra mondiale. Fino qualche anno fa gli edifici mantenevano tracce della primitiva eleganza, con i bei ferri battuti di gusto floreale ai balconi ed i tetti spioventi. Nel 1939, accanto all'industria, fu realizzato dallo IACO in gruppo di casette a due piani con giardinetto.

Negli anni '50 e '60, furono realizzati nuovi insediamenti produttivi; fino agli anni '80, era visibile sul mare la piattaforma AGIP. Durante il boom edilizio degli anni '70-80 il litorale è stato utilizzato come discarica creando due montagne di detriti definiti "mammelloni". Negli ultimi anni, le strade trasversali sono state, in gran parte, assorbite dai nuovi agglomerati d'edilizia popolare e sistemazione del recente agglomerato industriale di Brancaccio. 
Provenendo da Palermo, dopo Romagnolo, già denominata Mustazzola, segue la località detta un tempo Sacramento; quindi la contrada Sperone dove era posta una costruzione piramidale per l'esposizione dei corpi dei giustiziati; poichè la vista dell'inquietante spettacolo dava fastidio ai nobili che si recavano in villeggiatura "alla Bagheria", il cippo fu demolito nel 1788 per ordine della "Bandita", che deve il suo nome, secondo la tradizione, alla presenza di una taverna, gestita da una donna soprannominata "a sbannuta", rifugio dei banditi; vi esiste ancora il caratteristico porticciolo con numerose pescherie e rivendite di frutti di mare.
Alle spalle delle tipiche case di borgata, compaiono minacciosi, i grandi condomini di case popolari.
Si estende ancora una grande porzione di territorio agricolo, delimitato con lunghe strade di muri a secco; qui i centri residenziali sono stati per secoli racchiusi in bagli, raggiungibili attraverso strade interpoderiali; tra questi è il Baglio La Rosa interessante agglomerato formato dal baglio con casa padronale e torre rusticana, detta del Tippi Tappi , e la chiesa Maria SS del Rosario. 

mercoledì 20 marzo 2019

Passeggiando per la costa sud di inizi 800


L'area compresa tra la costa meridionale, le pendici di Monte Grifone ed il letto del fiume Oreto era in larghissima parte terreno agricolo fino all'inizio del XX secolo.Nel territorio erano presenti torri agricole, bagli e cesene, mentre lungo la costa sabbiosa si susseguivano piccoli approdi e porticcioli.


Ponte ammiraglio
La presenza del fiume Oreto ha costituito per secoli il limite naturale del territorio urbano; la sua foce si riversava quasi a ridosso delle mura cittadine; da questa direzione la città era raggiungibile attraverso il Ponte di Mare ed il ponte Ammiraglio. La strada costiera odierna via Messina Marine, fu per molti secoli l'unico accesso alla città da oriente via terra; dalla fine del XVII secolo la strada divenne trafficata per la scelta di gran parte dell'aristocrazia di trascorrere la villeggiatura a Bagheria.

Gran parte dell'apprezzamento agricolo, era occupato dalla nobile famiglia Chiaramonte; verso il mare era un grande assolato pianoro, detto piano di Sant'Erasmo, utilizzato dai pescatori della vicina Kalsa per stendere le reti e per le esecuzioni del tribunale dell'Inquisizione.  
La parte rimanente era era coltivata a Vigneto (Vigna Gallo). A ridosso delle mura meridionali era stato realizzato lo stradone di S'Antonino o strada di Acalà, odierna via Lincoln.


Alla fine del XIX secolo, fu sistemata la linea ferroviaria Palermo-Corleone con binario che seguiva fino a Ficarazzelli.

La strada litoranea verso Bagheria inizia all'estremità meridionale del Foro Italico dove un lembo di terra protegge il porticciolo di sant'Erasmo . Nel 1709 fu costruito dal Senato il piccolo Forte di sant'Erasmo , le cui artiglierie a protezione del porto erano poste a poca altezza rispetto all livello del mare per poter colpire i nemici con imbarcazioni a fondo piatto si avvicinavano al lido. 

Dopo  il ponte di Mare o il ponte di Sant'Erasmo, si trova la stazione Sant'Erasmo della ferrovia per Corleone, inaugurata nel 1886, come sede provvisoria per i passeggeri della Stazione Centrale, allora invia di definizione, ed utilizzata in seguito come deposito di locomotive e rimessa.
L'Elegante padiglione fu realizzato con struttura in ghisa prodotta in Belgio, completata successivamente con la muratura perimetrale, e coperto da tetto a quattro falde con ampi lucernari. La stazione rimasta inutilizzata per un lungo periodo di tempo, ad oggi appartiene al Comune ed ospita l'Ecomuseo del mare                                                              La ferrovia 
stazione sant'Erasmo
realizzata lungo la costa a ridosso della spiaggia, ha rappresentato un fondamentale strumento di collegamento tra le borgate marinare della costa meridionale, ma sopratutto durante la stagione estiva.

La costa era nota per il clima gradevole e l'aria salubre. 
Villa Moncada di Larderia ieri 
Alla fine del 700 furono costruite alcune ville aristocratiche, tra cui la villa appartenuta a Corradino Romagnolo, che attribuì il nome alla contrada, la villa del marchese Ugo delle Favare, dove nel 1882 fu ospite Giuseppe Garibaldi, e la Villa di Francesco Moncada principe di Larderia passata successivamente al principe di Fiumesalato. La villa, preferita dal proprietario per l'aria pura che vi respirava, la brezza marina e la splendida vista che spaziava sull'intero golfo di Palermo , ha rischiato di essere demolita negli anni 80, ed è oggi parzialmente crollata, versa in abbandono. Vi si trovava la cappella di S.Michele Arcangelo, frequentata dagli abitanti della borgata di Romagnolo. 
Villa Moncada di Larderia oggi 
La cappella è stata sostituita dalla moderna chiesa parrocchiale di S. Giovanni Bosco. Di fronte a Villa Corradino di Romagnolo, fu posta la colonna dell'immacolata, detta la Colonnella che rappresentava l'ingresso nel territorio di Palermo per chi proveniva da Messina. Più tardi la costa fu scelta per attività ricreative come dimostra il cosiddetto Stand Florio, o tavernetta del tiro al piccione, realizzato su progetto di Ernesto Basile per conto della famiglia Florio ed utilizzato fino agli anni 30 per le gare e le premiazioni del circolo.
  



          

lunedì 18 marzo 2019

La bizzarra storia della statua di San Gaetano.

La statua di San Gaetano, fondatore della Regola dei padri Teatini, fu scolpita dal maestro Giacomo Pennino a spese degli stessi religiosi.
Il piedistallo invece è opera dell'architetto Paolo Amato, e non aveva nulla a che vedere con il Santo.
Infatti in origine fu costruito per sostenere la scultura che ritraeva Filippo V, re di Spagna, destinata ad abbellire la piazzetta in prossimità della non più esistente Porta della Dogana, davanti alla Chiesa Santa Maria della Catena alla Cala.

In Sicilia era subentrato il breve dominio degli austriaci e la statua reale, venne divelta, non si sa bene se da un anti-ispanico o da un vandalo di passaggio, e depositata malconcia nei sotterranei della vicina Zecca.
Il piedistallo, rimasto inutilizzato per dieci anni, accese le speranze dei Teatini che chiesero di averlo in comodato d'uso per collocarvi San Gaetano.
Ottenuto il benestare del governo, il Santo e il basamento reale trovarono posto nell'angolo tra Via Maqueda e Via dell'Università.

Successivamente il comune decise di trasferire la Statua nei magazzini del Museo Nazionale, dove rimase per lunghissimi venticinque anni.
La motivazione? Intralciava il traffico.
A fine 800 venne individuata una nuova destinazione: il bivio tra Via Brancaccio e Via Conte Federico. 

sabato 16 marzo 2019

Prima giornata di (r)evolution.

Questa mattina ha avuto luogo il primo incontro di (r)evolution, concentrato lungo l'area verde ed il litorale di Romagnolo.
Muniti di sacchi e di guanti, ci siamo ritrovati alle dieci di questa mattina davanti il ristorante Cantastorie di Via Messina Marine.
Inizialmente eravamo insieme agli amici di Retake Palermo,dopo si sono aggiunti alcuni cittadini della zona, altri che provenivano dall'altra parte della città, ed associazioni come Salviamo l'Oreto e Geode Associazione Naturalistica.
Abbiamo iniziato a pulire e riempire grandi quantità di sacchi neri, man mano pulivamo, più si aggiungeva qualcuno che veniva ad aiutarci. 
foto scattata sopra lo scarico fognario ancora aperto.

Durante la pulizia ci siamo conosciuti, abbiamo condiviso le nostre esperienze e ci siamo resi conto di cosa è in grado di fare l'essere umano. Alcuni dei legni portati dalle mareggiate, erano completamente prigionieri da fili di rete,fili elettrici e diversi tessuti e rifiuti che il mare ha amalgamato in una cosa sola. Abbiamo riflettuto sul danno che questi elementi possono recare alle specie animali che vivono il nostro mare.
I bastonicini dei cotton fioc, fanno parte di quei rifiuti che riempono la spiaggia a tappeto.
La rivoluzione è partita da qui! e sarà solo l'inizio di tanti altri eventi. Eravamo in tanti, generazioni diverse, e tanta voglia di fare. Generazioni che hanno vissuto quel tratto di spiaggia ai tempi d'oro, e generazioni che la immaginano come quei tempi visti nelle fotografie, con qualche tocco in più.
Gazie alla signora Giulia Petrucci per il suo sostegno morale. La sua visita ci ha fatto molto piacere.
Palermo è anche questa! Palermo è anche voglia di cambiare, crederci, rimboccarsi le maniche, migliorare.
Non ci arrenderemo, non ci fermeremo!
Alla prossima ! 


M.A

venerdì 15 marzo 2019

Origini del nome Settecannoli

Settecannoli. Quartiere che sorse nel corso dell'800 quando venne spostato il corso del fiume Oreto, e in quest'occasione il comune decise si creare dei lavatoi pubblici.
L'area di settecannoli, prima di allora poco considerata, venne dotata di una rete idrica che rese possibile la crazione di fontane, abbeveratoi e bagni pubblici. La presenza delle tubature, con le relative perdite rendeva l'aria più fertile alla coltivazione di agrumi. I lavatoi del quartiere vennero realizzati da blocchi ti tufo con una copertura lignea.
Il nome settecannoli sembrerebbe derivare dalla forma particolare che avevano le fontane di abbeveraggio. 

giovedì 14 marzo 2019

Monte Grifone e le grandi ossa di San Ciro.


Il monte Grifone è così chiamato poichè fino agli inizi del xx secolo, tra le rupi della cima nidificava una colonia di Grifoni (uccello rapace simile all'avvoltoio).
Le ultime colonie di avvoltoio grifone si estingueranno in Sicilia negli anni sessanta del secolo scorso a causa dei bocconi avvelenati contro le volpi.

Nella foto Monte Grifone visto dal porticciolo di Sant'Erasmo.

L'antro più grande alla base, noto con il nome di Grotta di San Ciro, a inizio 800, ha restituito resti di fossili mammalaufane di tipo africano (elefanti ed ippopotami).
Questi resti furono scambiati per ossa recenti, ed incautamente vendute a Marsiglia per destinarle alla locale industria del sapone. Quelle grandi ossa, pesanti e litificate dai processi di fossilizzazione, si rivelarono inutilizzabili e i Francesi non la presero bene: parlarono di truffa e gettarono il carico nel porto di Marsiglia.
Iniziò così una querelle tra Francesi e Siciliani, e crebbe la curiosità del pubblico verso l'origine delle grandi ossa di San Ciro.
A risolvere l'enigma fu Georges Cuvier palentologo francese, sollecitato dall'abbate Domenico Scinà, studioso palermitano di storia naturale, che a lui spedì alcune delle ossa incriminate.
L'Abbate sostenne che le ossa ritrovare a San Ciro non fossero i resti di elefanti portati in Sicilia dai Cartaginesi, ma ossa fossili ben più antiche, di animali estinti nel corso del Pleistocene.
Il Couvier confermò la tesi di Scinà. Questo episodio riportato dai giornali del tempo, fece crescere l'interesse per la paleontologia e storia naturale.

mercoledì 13 marzo 2019

E se facessimo il #munnizzachallenge ?

All'estero da alcuni giorni impazza una nuova challenge.
Dei ragazzi adottano un luogo bisognoso di cure, perchè invaso dai rifiuti.
La sfida consiste nello scattare una foto prima dell'intervento di pulizia, seguita da un'altra in cui i rifiuti sono stati rimossi.
Le due immagini verranno successivamente postate sui social seguendo l'hashtag #trashchallenge.
E se lanciassimo questa sfida nella nostra città?