venerdì 1 novembre 2019

Il racconto della festa del Giorno dei Morti in Sicilia di Andrea Camilleri.

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c'era un picciriddu si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi con linzòlo bianco e con lo scùscio di catene, si badi bene, non quelli che spaventano, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d'occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d'arte, non facevano nessuna differenza con i vivi.

Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c'erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto.

Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all'alba per andare alla cerca. Perchè i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l'avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa.


Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo otto anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall'aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti "dei morti": marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, "rami di meli"fatti di farine e miele, "mustazzola" di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. 

Non mancava mai il "pupo di zucchero" che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza.

A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al caposanto a salutare e ringraziare i morti. Per noi picciriddi era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: "che ti portarono quest'anno i morti ?". Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l'anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.


Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un'affettuosa consuetudine.

Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l'albero di natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli.

Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e "stampato" , come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico.

E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perchè chi ha appreso a morire a disimparato a servire.

"Il giorno dei morti", tratto dal libro Racconti quotidiani (Mondadori) di Andrea Camilleri.

domenica 20 ottobre 2019

Riflessioni (R)evolution

Siamo molto demoralizzati dalla piega che ha preso (R)evolution Romagnolo. Tutto ciò che abbiamo realizzato è stato vandalizzato. Non è rimasto nulla.
Pensiamo che i gesti vandalici siano mirati a noi di Azzizzart. Perchè ?
Com'è possibile che i nostri cartelli, realizzati ben due volte, siano stati distrutti e quello del wwf (che si trova ad un metro di distanza) sia ancora lì?
Addirittura abbiamo pensato che non si tratti di ragazzini , ma di persone adulte in grado di intendere e di volere... che si contengono una spiaggia per i loro sporchi interessi.
Volevamo fare qualcosa di buono per tutti voi, ma preferite rimanere sommersi dalla spazzatura omettendo dei problemi reali presenti sul luogo,perchè ROMAGNOLO è stupenda e fantastica così!
E' come amare una donna solo per il suo aspetto fisico, trascurandone quello interiore.
Riconoscere un problema non è voler gettare fango su Romagnolo, ma tentare di risolverlo affinchè questo posto diventi vivibile a 360°.
Vogliamo terminare ciò che abbiamo iniziato per rispetto a tutte le persone che sono venute ad aiutarci e alle associazioni che hanno messo a disposizione il loro tempo per la realizzazione degli arredi urbani.
Avete distrutto tutto quanto, riportato la spiaggia allo schifo più totale senza sapere che dietro a tutto questo c'è stato amore, impegno e sopratutto TEMPO da parte di cittadini volontari e associazioni.
Abbiamo bisogno di un vostro parere. Ci aiutate a terminare l'impresa?

sabato 3 agosto 2019

La leggenda delle teste di Moro.

Passeggiando per le vie siciliane è facile rimanere incantati dinanzi alla maestose Teste di Moro, in siciliano note anche come "Graste", che da secoli arricchiscono e colorano le balconate di questa magnifica terra. Figlie di una tradizione millenaria, queste prestigiose opere d'arte dalla raffinata manifattura artigianale non nascono da una deliberata fantasia artistica, esse trovano tutte un'origine comune in un'antica leggenda: protagonisti di questa struggente vicenda un giovane Moro e una bellissima fanciulla siciliana.

Secondo la leggenda, intorno all'anno 1000, nel pieno della dominazione dei Mori in Sicilia, nel quartiere arabo di Palermo "Al Hàlisah" (che significa la pura o l'eletta) oggi chiamato Kalsa, una bellissima fanciulla viveva le sue giornate in una dolce quanto solitaria quiete, dedicando le sue attenzioni all'amabile cura delle piante del suo balcone.

Dall'alto della sua balconata fiorita, ella venne un giorno notata da un giovane, un Moro. Sopraffatto da una violenta passione per essa, il giovane Moro non esitò un attimo a dichiararle il suo amore.
La giovane, colpita dalla promessa d'amore ricevuta, accolse e ricambiò con passione il sentimento dell'ardito corteggiatore.

Eppure il giovane, che non si era fatto scrupolo nell'abbandonarsi alle più dolci profusioni amorose, in cuor suo celava un gravoso segreto : moglie e figli lo attendevano in Oriente, in quella terra nel quale egli doveva fare ritorno.

La fanciulla distrutta nell'apprendere una tale notizia ed amareggiata per quell'amore tradito che si accingeva ora ad abbandonarla, fu colta da un'ira funesta che la spinse inesorabilmente ad imboccare la strada della vendetta. Ella meditò di cogliere il momento di maggiore vulnerabilità dell'uomo per ricambiare l'impietosa slealtà precedentemente subita.
Così nella notte, mentre egli caduto in un sonno profondo e riposava ignaro della sua sorte, ella colse l'attimo propizio e lo colpì mortalmente. Il moro che l'aveva amata e che si accingeva a partire ora non l'avrebbe più abbandonata. Decise inoltre che il volto di quel giovane, a lei eppur caro, sarebbe dovuto rimanere al suo fianco per sempre, perciò senza alcuna esitazione alcuna tagliò la testa del giovane creando con essa un oggetto simile a un vaso, e vi pose all'interno un germoglio di basilico.

La scelta di piantarvi del basilico fu sancita dal fatto che, come ella ben sapeva, questa odorosa pianta (dal greco "Basileus-Re"), si accompagna sempre a un'aura di sacralità, rappresentando difatti l'erba dei sovrani; in tal modo, nonostante il terribile atto compiuto, ella perseguiva il dissennato amorevole fine di continuare a prendersi cura del suo adorato.

Depose infine la testa sul suo balcone, dedicando ogni dì alla cura del basilico che in essa cresceva. Ogni giorno le lacrime della giovane bagnavano la pianta regale, che cresceva divenendo sempre più florida e rigogliosa. I vicini, pervasi dal profumo del basilico e guardando con invidia la pianta che maturava in quel particolare vaso a forma di Testa di Moro, si fecero realizzare vai in terracotta che riproponevano le stesse di quello amorevolmente custodito dalla fanciulla.

Oggi ogni Testa di Moro che viene prodotta reca una corona, un elemento sempre presente volto a riproporre la regale pianta che originariamente impreziosiva la testa del giovane Moro protagonista della triste vicenda.

Secondo un'altra versione della leggenda, la fanciulla siciliana sarebbe stata invece di nobili origini, e visse un amore clandestino con un giovane arabo, ma questo amore impossibile venne ben presto scoperto ed il disonorevole atto punito con la decapitazione di entrambi gli innamorati.

La vergogna di questo amore sarebbe stata inoltre proclamata dall'affissione di entrambe le tese (tramutate per l'occasione in vasi) su di una balconata. Lo scempio, esaltato da queste teste poste alla merce dei passanti, sarebbe stato in tal modo un monito fattivo contro ogni altra possibile sconveniente passione. Per tale motivo le teste di Turco verrebbero realizzate in coppia, in ricordo e onore dei due innamorati assassinati.

La leggenda che spiega l'origine delle preziose Teste di Moro,anche dette Teste d Turco (in siciliano la parola "Turchi" è usata in genere per indicare le persone di colore, indipendentemente dalla regione di origine, e venne usata per indicare le origini orientali del giovane Moro), ha nutrito negli anni la creatività degli artigiani palermitani diffondendosi in seguito tra le creazioni dei maestri artigiani del resto dell'isola le cui magistrali opere adornano oggi molte delle balconate siciliane.


mercoledì 26 giugno 2019

Diario di bordo. (R)evolution Romagnolo

Panchine realizzate grazie alle vostre donazioni.
E' arrivata l'estate ma nonostante il caldo afoso stiamo continuando a lavorare per Romagnolo.
Non pensavamo fosse così gratificante e allo stesso tempo difficile.
Perchè difficile?
Perchè molti ci accusano di ciò che stiamo facendo! si avete letto benissimo.
"vi occupate solo di una parte della spiaggia e l'altra no! fate questo per i Romagnolesi??? Avrete una grandissima delusione quando saprete a chi verrà concessa!" 
Difficile perchè hanno avuto inizio i primi atti vandalici come il furto dei cartelli che abbiamo costruito.
Nessuno ha ben capito che la gestione di tutto quello che fino ad oggi avete visto, è frutto di un'associazione di volontariato senza alcun scopo di lucro. 
Un'associazione di periferia che ha voglia di cambiamento e miglioramento. 
Non abbiamo alcun tipo di finanziamento. Ciò che abbiamo realizzato è stato possibile grazie alle donazioni di alcune associazioni e persone (come le vernici donate dal comitato di Pioppo, pedane, bobine, piante ecc.)
I nostri incontri di (R)evolution Romagnolo sono estesi a tutti.


La costa sud (meglio chiamarla costa Levante) è un bene prezioso deturpato dall'ignoranza delle persone. Non abbiamo i mezzi ne le facoltà per occuparci di un'intera costa.
Abbiamo scelto di partire da "quella metà di spiaggia" perchè si trova di fronte la nostra sede, ed è facile trasportare i materiali che ci servono arrivando comodamente a piedi, per svolgere le nostre attività all'aperto.
Ciò che volevamo in qualche modo si sta realizzando: un pomeriggio in sede sono arrivati sei bambini che ci hanno chiesto degli eventi domenicali (considerando che per via dei progetti e del caldo ci siamo fermati), e tra una chiacchera e l'altra  ci hanno detto che vorrebbero giocare a calcetto.
Domenica realizzeremo delle porte da calcio che faremo dipingere a loro stessi, in modo da renderli partecipi affinchè possano sentire quel senso di appartenenza che li spingerà a salvaguardare il loro quartiere, evitando atti vandalici.
Abbiamo fermato per strada molti giovani con la speranza che domenica possano venire a darci una mano.
Il nostro obiettivo è questo! per portarlo avanti abbiamo bisogno di ognuno di voi. Più siamo più riusciremo a realizzare tante cose meravigliose.
A domenica ! 

mercoledì 12 giugno 2019

Camera dello scirocco alla zona Indrustriale di Brancaccio.

In Via Cavallacci, nella borgata Brancaccio, esiste una cavità denominata Grotta della Regina Costanza.
La sua scoperta risale alla fine dell'ottocento. A prima vista sembra una "camera dello scirocco", cioè il  luogo dove nelle giornate afose si riunivano i proprietari della villa o palazzo in attesa che cessasse il vento torrido.
In questa grotta si accede da una scala di tufo, lateralmente decorata da frammenti marmorei e pannelli di ceramica in stile pompeiano. Dal punto in cui termina a scala, sino agli anni sessanta, scaturiva una sorgente di acqua freschissima.
E' evidente che colui che operò questa trasformazione creò il mito o leggenda che la grotta fosse stata utilizzata dalla Regina Costanza, che dal castello Maredolce attraversando un viale alberato di palme, si recasse nella grotta per ristorarsi nelle fresche acque della sorgente.

L'autore di questa "leggenda" fu un commerciante boemo di nome Langer che aveva in precedenza acquistato una casetta che si trovava sopra la grotta.  Costui era un erudito e collezionista di materiali che acquistava presso i vari antiquari oppure dalle demolizioni di chiese e vecchi edifici.
La grotta ha una forma circolare ed essa si penetra in altre piccole grotte. Alcuni vecchi cartelli che si trovano nella zona recano la dizione Grotta della Regina ed il sito appare nell'elenco degli edifici di interesse monumentale o ambientale ma non è mai stato tenuto in considerazione.
La grotta non si può considerare una Necropoli perchè nella zona non è mai stato trovato alcun reperto in merito, probabilmente, nel periodo arabo era un antico bagno.

Durante la seconda guerra mondiale, il sito fu utilizzato come rifugio antiaereo dagli abitanti della zona e naturalmente fu danneggiato.
Un piano regolatore degli anni settanta prevedeva che l'area fosse transennata in modo da non poter essere oppressa dai capannoni circostanti, ma come spesso succede in seguito il progetto fu abbandonato.
La sorgente d'acqua è scomparsa a causa della variazione della falda freatica. Uno degli ultimi proprietari fu l'ingegnere Pallme Konig.

Le leggende moderne, nate o diffuse nelle città, dimostrano che ancora oggi l'uomo lavora con la fantasia su aspetti della realtà che lo circonda, ciò fa inventare e raccontare fatti che, spacciati per seri e creduti tali, anche se privi degli elementi fantastici e meravigliosi presenti nelle leggende popolari, al solo fine di lucro .

fonte: Santi Gnoffo

lunedì 3 giugno 2019

(R)evolution Romagnolo Diario di bordo. Cosa bolle in pentola?

Non è sufficiente far parte di un gruppo sociale, oppure vivere in una determinata città per sentirsi appartenere ad essa.
L'appartenenza è un sentimento, è il senso di inclusione e la percezione del proprio valore all'interno di attività svolte in comunità.

Nel quartiere periferico di Romagnolo non esiste un'area destinata ad uso pubblico. Un'area dove potersi rilassare godendo dell'aria aperta ed usufruibile a tutti. La periferia di Palermo spesso è vittima di atti vandalici che gli stessi ragazzi del quartiere applicano non avendo un punto di riferimento.

Abbiamo preso di mira un'area verde sovrastante alla spiaggia di Romagnolo, curata periodicamente dalla Reset ma che non ha modo d'essere vissuta dal cittadino, pensando ad un luogo d'incontro per giovani, anziani , disabili, turisti dando inizio a degli incontri settimanali chiamati (R)evolution Romagnolo.

Obiettivo
del progetto è quello di promuovere e garantire la cura costante del verde pubblico e degli arredi urbani, sensibilizzando la cittadinanza e coinvolgendo quanti più soggetti possibili- fra enti, associazioni, esercizi commerciali e singoli cittadini- nella manutenzione diretta dell'area "adottata".

(R)evolution Romagnolo è una rivoluzione un risveglio delle coscienze e allo stesso tempo un evoluzione che ha lo scopo di :
  • coinvolgere la cittadinanza
    Un'idea che nasce per fare rete, e per sensibilizzare i cittadini alla cura e manutenzione degli spazi pubblici.
  • Una provocazione per attirare tanti giovani, magari gli stessi che in quartieri difficili come il nostro, sono propensi ad atti vandalici. I vandali non sono nemici, ma cittadini disagiati. Uno spazio poco curato come quello della spiaggia di Romagnolo, può rendere protagonisti questi giovani, cercando di realizzare nel posto stesso le loro idee. Dar loro quel senso di appartenenza che nasce dalla voglia di fare qualcosa di bello per il psoto in cui vivono e che proteggeranno di conseguenza.
  • Un'area verde vivibile con appositi arredi urbani, ed attrezzature ginniche che non deturpino la vegetazione.
  • Un luogo privo di barriere architettoniche.
  • Riserva naturale
    Grazie al sistema dunale presente lungo la costa, Romagnolo presenta diverse specie di piante che crescono solo in queste condizioni tipiche morfologiche del sistema spiaggia-pianura costiera.
    Tra queste vi sono:
    Vilucchio Marino (calystgia soldanella)


Erba medica (medicago marina)


Violacciocca Matina (matthiola sinuata)


Papavero cornuto (glaucium Flavum)


Durante (r)evolution Romagnolo, abbiamo incontrato diverse realtà del territorio tra queste:
Salviamo l'oreto, Geode associazione naturalistica, Retake Palermo, Guerrillia Gardening, Wwf sicilia nord occidentale, Rievoluzione Motoria, Scalo5b, Lisca Bianca, Legambiente, Up Palermo, Fajdda unione giovanile indipendentista, Tu sei la Città e Ecomuseo del mare.
Attraverso la collaborazione con Scalo5b ed Ecomuseo del mare, stiamo mettendo in atto un progetto che punti alla realizzazione degli arredi ma che allo stesso tempo coinvolga la cittadinanza e le realtà presenti sul territorio.
Scalo5B attraverso il progetto Officina sociale del volontariato artigiano (presentato a fondazione con il Sud), realizza tramite apparecchiature di meccanica e falegnameria, dei prodotti e degli oggetti che possono avere un valore di pubblica utilità, dagli arredi urbani ad altro per comunità di minori, scuole e simili, offrendo un contributo alla città stessa.
In occasione di (r)evolution Romagnolo i pensava alla costruzione di alcuni arredi urbani che siano simbolo di rinascita e d'incontro, ad esempio:
  • un tavolo da poter utilizzare durante i laboratori 
  • una panchina
  • strutture ginniche
  • percorsi sensoriali
Come inizio per questo progetto si pensava alla realizzazione di una cupola Geodetica. Un intreccio di elementi naturali come simbolo di connessione tra le persone che hanno collaborato insieme a noi di Azzizzart. La nostra è un'idea che va costruita con la collaborazione e l'accordo di associazioni e cittadinanza, rinforzando una rete che già è presente e dalla crescita esponenziale. Romagnolo diventerebbe davvero "cosa comune" e vanto da esibire. Insieme avremo costruito più della semplice realizzazione del progetto a avremo costruito il senso stesso di appartenenza. 

lunedì 27 maggio 2019

L'Agrumaria Corleone a Romagnolo

Foto di com'è adesso G.P


«C’è un pezzo di città che comincia laddove finisce la passeggiata a mare…, affastellata, ammassata alla rinfusa come se quello che ci sta sopra fosse un pezzo di città a perdere». Così Gaetano Basile descrive il tratto di costa cittadina che noi tutti conosciamo come Romagnolo, località periferica che si sviluppa nel tratto iniziale di via Messina Marine secondo la direttrice diametralmente opposta all’asse di espansione settentrionale della città e che negli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo viene scelta per realizzare strutture produttive, logistiche, di cura e di svago, facilmente collegate alla città grazie anche al servizio pubblico della linea tranviaria. Ne sono oggi testimonianza l’ex Deposito Locomotive di Sant’Erasmo, da qualche anno recuperato come contenitore di eventi culturali, l’Istituto di Puericultura Solarium Vittorio Emanuele II realizzato dal dottore Pietro Valenza sull’area del cantiere navale Elena avuta in concessione nel 1928, e lo Stand Florio, ex tavernetta del tiro al piccione . Episodi di riconosciuto valore architettonico, allineati in sequenza con la sede storica della fabbrica dell’Agrumaria Corleone , stabilimento che avvia la sua attività negli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo per sfruttare al meglio le potenzialità del limone. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, infatti, la Sicilia aveva conseguito una sorta di monopolio della produzione di citrato di calcio estratto dal limone poiché nelle province di Messina, Palermo e Siracusa erano sorte numerose imprese artigianali. E la necessità di tutelare il commercio degli agrumi e dei loro derivati aveva determinato la nascita della Camera Agrumaria per la Sicilia e la Calabria che, istituita con la legge del 5 luglio 1908 n. 404 aveva il compito di esaminare provvedimenti per promuovere, sviluppare e disciplinare il commercio degli agrumi e dei loro derivati (citrato di calcio e agrocotto) e agevolare lo sviluppo delle fabbriche per la produzione del prodotto finito, l’acido citrico, ma anche di favorire la costituzione della Banca Agrumaria a servizio dei produttori e degli industriali . Il lavoro per la produzione degli olii essenziali, originariamente artigianale prettamente manuale, prevedeva le seguenti fasi operative: la cavatura della polpa dall’agrume, la successiva estrazione dell’essenza dalla buccia mediante lo schiacciamento della stessa contro spugne di mare per mano dello sfumatore, e l’ulteriore spremitura con un torchio delle spugne imbibite di olio per estrarre l’emulsione che per decantazione produceva “l’essenza a spugna”. Il succo della polpa era destinato alla Chimica Arenella, stabilimento che ne estraeva il citrato di calcio per poi trasformarlo in acido citrico. La sede palermitana dell’Agrumaria Corleone viene costruita nel 1915 c. su un lotto di terreno di estensione pari a circa 3000 metri quadri concesso dal Demanio dello Stato - Ramo Marina Mercantile in comodato d’uso a Salvatore Corleone (1865-1931). Il fabbricato, allineato sull’asse stradale di via Messina Marine, è a due elevazioni caratterizzate dalle incorniciature a fascia in finto bugnato e dall’intonaco del prospetto a finto mattoncino rosso secondo la coeva tradizione architettonica locale, ed è affiancato da due corpi simmetrici ad una elevazione. I bracci longitudinali, protesi verso il mare, delimitano la corte che viene chiusa nel 1934 con la realizzazione dei magazzini asserviti alla struttura principale. Si tratta di trasformazioni avvenute in diverse fasi e riconoscibili dalla diversa tipologia delle strutture portanti: i corpi allineati su via Messina Marine sono realizzati in muratura e hanno solai piani composti da travi in ferro e laterizi, e copertura a tetto in legno con manto di tegole in coppi; il corpo retrostante, destinato all’attività produttiva, ha struttura intelaiata in cemento armato caratterizzata da un sistema centrale quadripartito la cui maggiore altezza consente l’inserimento di lucernari a nastro per l’illuminazione diurna. L’atto del 1970 di rinnovo della concessione per ulteriori dieci anni del terreno dove la società per azioni Corleone Salvatore e C. aveva realizzato l’Agrumaria esplicita la consistenza dell’intero complesso che risulta costituito da un corpo principale con superficie di mq 1768,48 c. adibito al piano terra a sede di attività produttiva, da un capannone adiacente di mq 90, e da un tratto di arenile antistante all’immobile di mq 2075,80 considerato area asservita ai manufatti e destinata a deposito allo scoperto dei prodotti derivati agrumari. E con un sopralluogo effettuato nel 2006 congiuntamente alla proprietà, Demanio dello Stato-Ramo Marina Mercantile-Capitaneria di Porto di Palermo, si è potuto constatare che seppure il fronte su strada conserva ancora ben distinguibili tutti i caratteri tipologici che lo definiscono, l’interno presenta una consistenza piuttosto degradata; nell’ultimo vano a destra del I piano, che era adibito ad abitazione, sono ancora esistenti il controsoffitto in legno cassettonato, tracce di decorazioni policrome, resti di pavimentazione in cemento stampato, il corrimano della scala in ferro battuto e, sul muro perimetrale esterno, un’edicola votiva rettangolare definita da un’incorniciatura a fascia sormontata da un timpano triangolare spezzato con terminazioni a ricciolo che custodisce una lastra in pietra grafite sulla quale si scorgono tracce dell’immagine della Madonna. Al piano terra intorno al grande spazio centrale destinato ai macchinari per la lavorazione degli agrumi si distribuiscono gli ambienti a supporto delle attività degli artigiani tra i quali era compreso quello dedicato alle giovani mamme per l’allattamento, a testimonianza di una strutturazione lavorativa all’avanguardia e al passo con coeve realtà peninsulari. L’incremento della produzione, la necessità di aggiornare le metodologie lavorative manuali con il supporto di procedure meccanizzate, e la consequenziale necessità di ampliamento dei locali, determinano la scelta dello spostamento dell’attività in una nuova sede nell’area industriale di Brancaccio e la contestuale cessazione dell’utilizzo dello stabilimento di via Messina Marine . La ridefinizione di questo ampio tratto di costa, che è stata già avviata nell’ultimo ventennio del secolo con un percorso di recupero, tutela e riuso di una porzione di archeologia industriale, l’ex Deposito Locomotive di Sant’Erasmo, non può non considerare la salvaguardia e conservazione, la riqualificazione e la rifunzionalizzazione dei “contenitori eccellenti” che ancora la caratterizzano, ricchi di potenzialità intrinseche in attesa di essere proficuamente restituiti alla collettività.

domenica 19 maggio 2019

(R)evolution Romagnolo diario di bordo.

Grazie a (R)evolution Romagnolo, ai cittadini volontari e alle associazioni che hanno aderito alle nostre iniziative, ha avuto inizio la prima fase di progettazione degli arredi Urbani per la valorizzazione della costa sud.
Insieme a Mare Memoria Viva, Scalo5b, Lisca Bianca e alle competenze di ciascuno, abbiamo scoperto un aspetto paesaggistico che personalmente sconoscevamo.
Il tratto di costa in questione presenta un sistema dunale che permette la crescita di vegetazione, come la Violacciocca Matina (Matthiola sinuata), che ci ha spinti a ragionare su un'intervento che non intacchi la natura del luogo ma che ne valorizzi le potenzialità. 
L'obiettivo condiviso dalle associazioni e dai cittadini volontari è quello di aprire uno spazio fruibile a tutti: giovani, anziani, disabili, turisti. 
Un luogo d'incontro dove poter svolgere attività ludiche, sport, pic nic  ... in questo spazio verde ricco di potenzialità che ha tanto da dare, anche se il mare rimarrà non balneabile.

lunedì 6 maggio 2019

Come nasce (R)evolution Romagnolo?

(R)evolution nasce dall'idea di avere un parco verde nel quartiere di Romagnolo.
La nostra associazione si trova in una parallela della Via Messina Marine, e la scorsa estate utilizzavamo la spiaggia per le nostre attività all'aria aperta. In periferia non esistono molte aree verdi dove poter rilassarsi o portare i nostri bimbi a giocare, così abbiamo pensato di trasformare un tratto dell'area verde sovrastante alla spiaggia in un vero parco fruibile a tutti.

Ci siamo interessati al passato di quella che "la costa levante" era tanti anni fa prima del sacco di Palermo.
Romagnolo possedeva moltissimi scogli tra cui la pietra Alba adesso sommersa. Un po' come quel famoso scoglio, vogliamo far riemergere un luogo d'incontro culturale e artistico.

Il nome (R)evolution nasce dalla voglia di prendere in mano la situazione ed iniziare questo processo di cambiamento e appropriazione del luogo in cui viviamo, per evolverci attraverso le nostre e le vostre idee.
Abbiamo iniziato con la pulizia della spiaggia, un po' come le pulizie di primavera che si svolgono all'interno della propria casa per poterla vivere al meglio.
I nostri vicini di casa (cittadini volontari e Associazioni) ci stanno aiutando affinchè questo progetto possa divenire realtà.




giovedì 25 aprile 2019

Perchè si festeggia il 25 aprile.

Oggi in Italia si celebra la "Festa della Liberazione", la festività nazionale istituita nel 1949 per ricordare la fine del regime fascista e dell'occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale, simbolicamente associata al 25 aprile 1945.

L'occupazione tedesca e fascista non terminò in un solo giorno ma si considera il 25 aprile come data simbolo, perchè quel giorno del 1945 coincise con l'inizio della ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano coordinato per riprendere le città.


La decisione di scegliere il 25 aprile come festa della liberazione (o come anniversario della liberazione d'Italia) fu presa il 22 aprile del 1946, quando il governo italiano provvisorio- il primo guidato da Alcide De Gasperi e l'ultimo Regno d'Italia- stabilì con un decreto che il 25 aprile dovesse essere festa nazionale. 

domenica 14 aprile 2019

La storia di Pasquale, ex minatore di 92 anni che ogni giorno guida per 60 chilometri per vedere il mare.

Questa volta non ci troviamo a Romagnolo, ma questa storia ci fa comprendere quanto sia importante il mare.

"Ringrazio Dio, che mi dà questo potere di venire qua. E che mi tiene ancora la mente lucida". Pasquale Di Marco ha 92 anni e alle spalle una vita da minatore. Ogni giorno sale in auto e guida per 60 km: da Poggio San Vittorino arriva a Giulianova, in provincia di Teramo, prende la sua sediolina e si siede in riva al mare.


La sua vita passata in Belgio, a 900 metri di profondità, in miniera, ma anche nei campi a zappare e raccogliere ortaggi.

Tutti i giorni dei 92 anni della sua vita hanno in comune un elemento specifico: il mare. E' questo il legame incredibile con questo elemento della natura a spingerlo ancora, nonostante il peso degli anni sulle spalle, a percorrere quella strada lunga chilometri.
La sua schiena è stata vista da tanti a Giulianova: il volto rivolto verso il mare ha suscitato curiosità e tenerezza. Un giorno il giornalista Francesco Marcozzi ha deciso di avvicinarsi a quell'uomo solitario e si è fatto raccontare quei 92 anni di storia.

30 chilometri per andare e 30 per tornare. Una costanza impressionante, un romanticismo fuori dal comune che non ha lasciati indifferenti molti. 
Quel viaggio, tutti i giorni, quasi non gli pesa. Il segreto per restare giovani nonostante gli anni è "mangiare tutto ". Fumare mai, bere niente, ma alla bontà della cucina abbruzzese non rinuncia. Come a quel mare, che nella sua vita è una costanza che non vuole abbandonare.



venerdì 12 aprile 2019

L'origine del nome Via Messina Marine e Messina Montagne.

Fino al primo ventennio del XIX secolo in Sicilia non esistevano strade carrozzabili, ma delle mulattiere in quanto i viaggiatori potevano raggiungere i centri abitati dell'isola servendosi soltanto delle mule, da basto e da soma. Viaggiatori e cavalcature venivano guidati dai bordonari (conduttori che ben conoscevano gli itinerari, i fondaci e le rare locande ove poter alloggiare).
A metà del cinquecento, sotto il governo viceregio spagnolo, venne introdotto anche nel regno di Sicilia il servizio delle poste, dapprima limitato ad uso esclusivo della Corte e successivamente esteso all'uso dei privati.

nel 1549, con la istituzione del "Regio Officio di Corriere Maggiore" (equivalente al'odierno "Ente poste Italiane") ingabellato ad un nobile messinese di origine spagnola (Francisco de Capata, italianizzato poi in Zappata), vennero istituite otto corse dei corrieri, cioè otto servizi di trasporto della posta, con cadenza settimanale.
Partendo da Palermo i Regi Corrieri attraversavano tutte le provincie siciliane, distribuendo e ritirando le lettere, sia pubbliche che private, appoggiandosi dapprima alle Regie Secrezi e successivamente alle Luogotenenze di Posta, antesignane degli odierni uffici postali. 
Due di queste Corse collegavano Palermo a Messina, cioè le due principali città nel regno: una costeggiando il litorale settentrionale e l'altra attraversando le montagne dell'interno dell'isola.
Servendosi del tracciato dell'antica Via Consolare Valeria (costruita nel 210 a.c. dal console romano Marcus Valerius Laevinus, ad uso dei collegamenti militari), la prima delle otto Corse postali percorreva il medesimo itinerario costiero che, partendo da Palermo, toccava Solanto, Termini,Cefalù, Alesa, Caronia Cagatinno (odierna S.Agata) , Tindari, Milazzo e giungeva a Messina.
Pertanto essa venne denominata Corsa da Palermo a Messina per via delle Marine e tale locuzione - nata per uso postale - rimase nel toponio di quella strada che ancora oggi s'intitola Via Messina Marine.
La seconda Corsa Postale, denominata "per via delle Montagne", partendo dall'odierno Corso dei Mille raggiungeva prima Catania e poi Messina, attraverso un tracciato interno, identificabile con l'odierna strada statale n°120 detta "dell'Etna e delle Madonie".
Questi antichi toponimi - nati con l'introduzione del servizio pubblico delle poste - sono riscontrabili anche sugli Orari postali e sui bolli postali del settecento: Mess. Marine, o M.Mne, o Mess. Montagne, o Mes. Mon. 

mercoledì 10 aprile 2019

La chiesa di S. Ciro

Nelle immediate vicinanze, alle falde di Monte Grifone, si trova la sorgente di San Ciro, di cui si intravedono gli archi e la settecentesca chiesa di San Ciro
.
La zona, particolarmente fertile per la presenza della sorgiva, era conosciuta fin da tempi antichissimi; secondo il diarista marchese di Villabianca, dall'antichità la contrada era consacrata alla dea Cerere e in estate vi si celebravano delle feste in suo onore. Scelta dai conquistatori romani e poi dai musulmani per l'edificazione di ville suburbane, fu dedicata a questo ruolo dal re normanno Ruggero che vi fece costruire il castello di Maredolce, mantenendone lo sfruttamento agricolo.
Dal XVII secolo è noto, in questa zona, un culto particolare per la Madonna Assunta, protettrice degli agricoltori e giardinieri, e si tramanda l'esistenza di una cappella con tale titolo. Nel 1656 padre Girolamo Matranga vi fondò una cappella dedicata alla Madonna della Grazia. Presso la chiesa, nel 1735 si costruì la congregazione di S. Ciro che, l'anno successivo, fece riedificare la chiesa. La chiesa settecentesca fu restaurata nel 1826, ma già cinquant'anni dopo era in rovina; restaurata ulteriormente nel 1874, fu arricchita dalla statua di S.Ciro e vi fu trasportata una reliquia del Santo.
La vicinanza con una cava di pietre ed i lavori per la costruzione dell'autostrada hanno causato ingenti danni statici all'edificio, chiuso al culto negli anni '60 del xx secoloe semidistrutto con la demolizione dell'abside e della parete destra.
Ormai in abbandono, negli anni '80 è stato intrapreso un restauro strutturale diretto dall'architetto Raffaele Savarese; le parti ripristinate nella volumetria sono state lasciate al rustico.  La chiesa presenta una facciata tipicamente settecentesca intelaiata da lesene; lesene doppie inquadrano il partito centrale che ospita il portale con il timpano semicircolare.
Lateralmente sono due piccole finestre che danno luce alle cappelle laterali; il secondo ordine si eleva solo sul partito centrale concluso dal timpano triangolare, raccordato con ampie volute ed arricchito da pinnacoli.
Al centro è una finestra semicircolare tripartita. Sul timpano è un fregio in stucco. Altri fregi e festoni, molto deteriorati, ornano la facciata. L'interno ha pianta quadrangolare con cappelle laterali, ed arricchita da fregi, cornici e lesene settecentesche. 

sabato 6 aprile 2019

Il trasporto pubblico da s. Erasmo all'acqua dei Corsari.

Negli anni '40 fino ai primi anni '50 la via Messina Marine era decisamente migliore rispetto ad oggi.
Diversi stabilimenti bagni si susseguivano lungo la strada del lungomare ed erano meta di numerosi gitanti.
Stazione Sant'Erasmo

Fra i mezzi di trasporto pubblico che percorrevano la zona, il più caratteristico era la "ferrovia di Corleone". Partendo dalla stazione di S.Erasmo, i treni a scartamento ridotto transitavano al limite della strada dal lato mare, separati dal marciapiede e da un piccolissimo muretto. La velocità dei treni era molto ridotta e quindi il loro passaggio, per altro non molto frequente come si può rilavare dell'orario FS dell'epoca, non costituiva alcun pericolo per i numerosi pedoni; da ricordare in quell'epoca le auto private erano quasi inesistenti.

I treni erano formati da piccole locomotive tipo 302 trainanti poche carrozze a due assi di 2° e 3° classe del tipo a terrazzino. Solo negli ultimi tempi arrivarono le automotrici RAI 60 e relativi rimorchiate dello stesso tipo.
Il 1° luglio del 1953 la ferrovia fu limitata all'Acqua dei Corsari e i viaggiatori per raggiungere il trenino di Corleone dovevano seguire il seguente itinerario: recarsi alla stazione centrale e fare il biglietto allo sportello 8, quindi uscire sul laterale sinistro dove c'era il capolinea di un autobus della S.R (per cronaca era
Lancia 3ro
una Lancia 3RO a due assi) con il quale si arrivava alla stazione di Acqua dei Corsari, dove attendeva il treno.

Naturalmente al ritorno era lo stesso, prima treno poi autobus. L'unico vantaggio era che si arrivava alla stazione centrale e quindi era più comodo per prendere eventuali coincidenze o autobus urbani. La linea funzionò in questo modo fino al 31 agosto 1954, quando fu soppressa e sostituita con autobus della ITACO- CECALA in partenza sempre dalla stazione centrale.
Di questa linea esiste oggi il deposito locomotive poco dopo la piazza S. Erasmo e qualche fabbricato viaggiatori ,lungo la linea.

Ma il treno non era l'unico mezzo di trasporto, infatti sul litorale arrivavano anche gli autobus della S.A.I.A: il 25 fino a Romagnolo e il 24 fino allo sperone. In genere erano effettuati con Alfa- Romeo a tre assi.
Nel periodo estivo si aggiungevano a queste linee il 26 e il 35 che arrivavano allo Sperone con vetture lancia 3RO  a due assi.
Inoltre sempre in estate, un autobus Alfa Romeo a tre assi di colore blu scuro e
Autobus Alfa Romeo
azzurro della Soc. Italo-cecala percorreva tutto il litorale fino ai Bagni Italia, poco dopo l'acqua dei Corsari. Il cartello di linea laterale portava la scritta a caratteri blu su sfondo bianco: S. Rita -Lido Olimpo- Bagni Italia, tre degli stabilimenti balneari allora in funzione.
Transitavano, inoltre, ma non effettuavano servizio urbano, gli autobus della S.R (di solito Alfa Romeo a tre assi nei colori blu scuro/verde scuro con fascia rossa), diretti a Pomara, Villabate e Misilmeri e quelli della itaco- cecala, bli scuro e azzurri, per S. Flavia, Porticello, Bagheria ect. Questi autobus anteriormente portavano un cartello di linea con la scritta a caratteri grandi della località dove erano diretti. Infine per il corso dei Mille fino alla piazza Torrelunga transitavano i filobus S.A.S.T della linea 21/31.
Questa, insieme alla circolare 7, costituiva la linea di forza della S.A.S.T.
Effettuata con 14 filobus a tre assi, traversava tutta la città arrivando fino all'Acquasanta e in alcuni orari prolungando ancora Vergine Maria. Questi ultimi portavano un cartello aggiuntivo con la scritta "prolungamento a Villa Igiea- Vergine Maria". Per finire, in via Michele Cipolla e in via Fortunato Fedele, strade situate tra corso dei Mille e via Archirafi, erano i depositi della S.R. (ditta Salvatore Restivo) e della ITACO-CECALA.

venerdì 5 aprile 2019

L'acquario dell'uomo pesce. (racconti della costa sud)

In una casetta di Via Messina Marine, nella borgata dello Sperone, viveva Eliodoro Catalano, conosciuto da tutti come l'uomo pesce.
Figlio della sorella di padre Messina e di Eustachio Catalano (pittore e direttore dell'accademia delle belle arti), Eliodoro soffriva di ricordi, specialmente quando pensava a quello che un tempo era il suo splendido mare. 

La sua era, infatti, l'epoca del sacco di Palermo, quando in soli vent'anni la speculazione edilizia iniziò a distruggere la costa sud.

Lentamente scompariva la conca D'oro, con i suoi orti lussureggianti e giardini che lasciavano l'odore tipico della nostra terra: la zagara.
Incapace di sopportare tutto questo, Eliodoro trasformò la sua casa in una sorte di terra di frontiera. Iniziò ad immergersi in ogni genere di letture, diventando esperto di svariate discipline, dalla meccanica all'ingegneria, dalla scultura alla pittura.
Studiò con vero rigore la fauna marina del Golfo di Palermo, e nei momenti liberi esplorava fondali con la sua barca.
Venne così assunto all'istituto di zoologia dell'università, che lui stesso dotò di un prezioso acquario scientifico.

Per salvare almeno una parte della natura presa d'assalto dalla speculazione edilizia, Eliodoro decise di costruire un acquario dentro casa sua.
Si trattava di una struttura di circa 150mq dotata di altre venti vasche dove venne riprodotto l'ambiente del Golfo con tutte le specie più belle.
I visitatori arrivavano da ogni parte del mondo. Lo dimostravano i messaggi e le lettere di ammirazione di biologi e studiosi giapponesi, indiani, tedeschi, lasciati su un registro custodito gelosamente.


Hajo Scmidt, massimo esperto di coralli, gli portò la prima Alicia viva. Enrico Tortonese, ittologo di fama mondiale, vi osservò pesci nuovi e sconosciuti. Ospite abituale fu il cardinale Ruffini, che restava ore intere a contemplare pesci e coralli.
Per lui era una visione del creato nascosto sotto il blu del mare, per questo promise la costruzione di un acquario più grande al foro italico.


Eliodoro realizzò anche dei anche dei bacini per abitanti del mare più esigenti, come tartarughe, faciani e cernie. La cernia più amata fu Bernice, salvata agonizzante dal banco di un pescivendolo del Porticello.
La cernia si faceva accarezzare e giocava con Eliodoro.
Nel 2012 l'acquario smise di funzionare e la struttura divenne un deposito. Eliodoro raccoglieva tutti gli oggetti che il mare portava.
"Raccolgo gli oggetti buttati, i ricordi della gente e li eterno qui" diceva.
Come l'acquario, anche casa sua era fatta di ricordi appartenenti ad altre persone: foto di famiglie sconosciute, mosaici e pietre multicolore, un'altalena che penzolava dal soffitto, un fazzoletto ricamato a mano che riportava la data 1832 con la scritta "sà che fa il mio bene". Eliodoro per ogni oggetto trovato immaginava una storia.
Collezioni di conchiglie, vasi , quadri, botti trasformate in sgabelli, mattonelle, piatti , reti, serrande e bottiglie vuote che diventavano giochi di luce.
Un custode del nostro passato, di ciò che eravamo.
"Era bello quando il mare era giusto" sospirava Eliodoro perdendosi nei suoi ricordi. 



mercoledì 3 aprile 2019

(r)evolution Romagnolo 3° incontro.

La signora Oliveri Marina
La scorsa volta alle ore 10:00 davanti al Cantastorie non c'era nessuno, a parte Danilo (perchè ormai iniziamo a conoscerci) seduto sulla panchina con il rastrello in mano, ed un signore che in spiaggia cantava "All'alba vincerò".

Sarà stata l'ora legale a far ritardare tutte quelle persone che lentamente ,  armati di sacchi e di guanti, sono arrivate a dare una mano.
Gruppi di ragazzi ricchi d'entusiasmo e voglia di fare hanno iniziato a ripulire il loro pezzo di spiaggia. Non vedevano quasi l'ora, tant'è che il  momento della colazione (che avevamo organizzato) sarà durato pochi minuti.



Con noi la signora Oliveri, che è scesa in campo durante la prima giornata dedicata alla pulizia e che ha incantato tutti noi per le parole rilasciate durante la breve intervista del nostro primo video.
Una donna di 80 anni che con determinazione è venuta a ripulire un pezzo di ciò che ai tempi, doveva essere la sua spiaggia.

Romagnolo sta diventando qualcosa che va oltre la riqualificazione ed i bei progetti che vorremmo realizzare, romagnolo sta diventando un bel gruppo di persone che lentamente si conoscono e si aiutano a vicenda per far qualcosa di bello in angoli della nostra città.

Grazie a tutte le associazioni che ci vengono ad aiutare ogni domenica, e grazie ai volontari cittadini che amano la loro città e che ci fanno sperare in un futuro migliore per quelle generazioni che verranno.
In fondo... dentro ognuno di noi esiste un rivoluzionario! 


La Pietra Alba #romagnolo

Per gli adolescenti di Romagnolo degli anni '60, la Pietra Alba non era un semplice scoglio. 
Lo scoglio era situato a 150mt dalla spiaggia, proprio davanti i bagni Petrucci. Si vedeva affiorare 20 30cm dal mare che lì era profondo circa 2 metri, e per i ragazzini di quel tempo rappresentava il limite massimo entro il quale i più audaci,potevano arrivare a nuoto.

Raggiunto lo scoglio iniziava un'altra sfida: la pesca dei granchi e delle vongole. Molte persone che hanno vissuto i lidi di quel periodo, raccontano della straordinaria quantità di vongole e granchi che si potevano trovare nello scoglio.

Fra la spiaggia e lo scoglio, sempre in prossimità dello stabilimento, c'era una specie di percorso pedonale tracciato naturalmente dagli scogli che rasentavano il fondo del mare.

Oggi questo scoglio si trova a qualche metro dalla riva, ed è quasi del tutto seppellito dalla sabbia. Alimenta la nostalgia non ritrovare i simboli della propria storia laddove li ricorda la memoria, e ancor di più fa male che tutto questo sia dovuto all'incuria dell'uomo che incentiva il degrado ambientale. 

In molte parti del mondo per svariate motivazioni si fa strada il problema dell'erosione delle coste, in questo angolo del golfo di Palermo il processo opposto  seppellisce l'immagine di un ricordo di un tempo che non c'è più.

sabato 30 marzo 2019

Baglio Conte Federico.

Ancora lontana dall'idea della villeggiatura, la nobiltà ravvisava piuttosto in queste residenze di campagna la possibilità di vigilare, dalla primavera all'autunno, sul lavoro dei contadini, oltre che dedicarsi ai passatempi preferiti, che all'epoca consistevano negli svaghi venatori, nel ricevere i propri pari, nell'organizzare feste e conviti, occasione propizia per gustare il pregevole vino locale di cui questa contrada andava rinomata.
Molti secoli fa questo baglio fu il cuore del vasto possedimento dei conti Federico, che ha dato nome a tutta la contrada attraversata dall'ononima lunghissima via: oltrepassato il centro abitato, questo antico tracciato prosegue verso Maredolce, stretto e incassato fra alte muraglie che ancora ricordano lo sconfinato tenimento dei Federico dei San Giorgio, formatosi attorno ad un antico baglio originariamente appartenuto ai Padri Domenicani.
Al di là di questa via, di tratto in tratto, da cancelli gelosamente chiusi, si intravedono ancora fondi estesi e ben coltivati, raccolti attorno a torri rusticane cinquecentesche come Alici, Valdaura e Favarella, le ultime pressochè riconoscibili, in quanto trasformate in piacevoli ville residenziali. Anche il baglio agricolo dei Federico fu oggetto di trasformazione residenziale sencondo una studiata ricerca di simmetrie e proporzioni: a ricordo del passato è rimasto il portale ad arco che si apre su Via Conte Federico, significativo esempio di quei tradizionali moduli rurali collegati alla tipologia dei bagli.
In fondo all'ampia corte rettangolare si leva la mole imponente di questa villa nobiliare con i sui cinque balconi sorretti da robuste mensole in pietra dalle modanature tondeggianti che, con eguale cadenza, si riempono sul retroprospetto. Questi mensoloni, insieme all'elegante inserto del passo carraio, costituiscono l'unico elemento decorativo delle mura esterne, lasciate volutamente rustiche.
In basso, sulla destra, si apre l'ampio fornice attraverso il quale si passa attraverso il retro della costruzione che prospetta sull'agrumeto e spinge fino al limite dell'autostrada Palermo-Catania.


Anche questa facciata è simile alla precedente, pur denotando una maggiore cure nella realizzazione dei balconi, uno dei quali presenta una ringhiera a petto d'oca e le consuete mensole di sostegno.
L'ingresso al piano nobile, avviene da una scala interna con volta lunettata che immette in una fila di saloni.
In contrasto con il tono rustico e severo della costruzione esterna,  i conti Federico cercarono qualche tratto di nobile distinzione negli interni: difatti le volte a padiglione del salone d'onore, dell'altezza smisurata di circa otto metri, conservano una vivace decorazione a fresco di allegorie araldiche, ancora leggibili nonostante le scrostature e il sudiciume.
Sui lati lunghi, due scene naturalistiche inserite dentro medaglioni in stucco riprendono forse elementi del paesaggio circostante come doveva presentarsi a quell'epoca.
Di particolare pregio il pavimento realizzato con mattoni in maiolica e motivi floreali, significativo esempio di quella ormai rara ornamentazione a finti cassettoni dipinti, con le travi lasciate volutamente scoperte secondo un gusto proprio del XVII secolo, quindi anteriore alla moda delle volte stuccate e affrescate.
Dal salone principale si esce su un terrazzo quadrangolare che fa ancora da copertura ai corpi rustici sottostanti , costruiti in grossi blocchi di tufo caratterizzati da aperture ad arco. 

Questo terrazzo un tempo dominava tutto il paesaggio circostante, fino alla riva del mare, mentre oggi attorno, si vedono solo villette e palazzi. Tuttavia, se si guarda dalla parte del monte Grifone, si ravvisano con chiarezza la chiesa di San Ciro, il castello di Maredolce e, tutto intorno, quel poco che resta della verde campagna della Conca d'oro.
Aggregata al baglio esisteva una chiesa costruita dal conte Antonio Federico, distrutta nel 1812 ricostruita e  poi demolita nel 1935 per far posto a un più ampio edificio che nulla più conserva degli elementi originari.
Agli inizi dell'800 il baglio è passato alla famiglia Pagano. Oggi continua a essere abitato da gente modesta che vive modestamente in quella che fu una grande casa da signore. 

giovedì 28 marzo 2019

I lidi della costa sud.

Nel litorale di Romagnolo il primo stabilimento che si incontrava, era quello chiamato Risorgimento Italiano che sorgeva presso la Colonnella. La Colonnella di Romagnolo si trova di fronte l'ospedale Buccheri La Ferla ed è una colonna sormontata da una statua della Vergine Immacolata. Questo monumento, fatto erigere nel 1790 dal senatore della città Corradino Romagnolo, viene denominato "la colonnella".



Oltre alla Colonnella sorgevano, invece, due luoghi simbolo delle estati balneari palermitane lo Stabilimento Trieste-Virzì (1896) e lo stabilimento Delizia-Petrucci (1900).

Antonino Virzì fu il fondatore dello stabilimento Trieste-Virzì. A lui subentrò nella gestione il figlio Francesco Paolo e, a partire dagli anni '30, i suoii nipoti, uno dei quali andò a gestire la succursale allo Sperone, chiamata Stabilimento Trieste Stella. 
Dalla fine degli anni '30 le strutture dello stabilimento Virzì furono realizzate in muratura lungo l'arsenile, e si distinsero per la presenza di due grandi terrazze: una posta all'ingresso dello stabilimento e l'altra costruita sopra un gruppo di cabine, direttamente sul mare.

Lo stabilimento Delizia-Petrucci, invece, fu fondato da Antonino Petrucci, soprannominato "il galantuomo". Sorgeva davanti al vicolo Spanò e fu gestito dal fondatore fino alla sua morte nel 1922, quando subentrò la vedova Giulia Zunica. Di anno in anno, i due stabilimenti vennero implementati e migliorati. Il lido Petrucci era dotato di un'altalena e un trampolino per i tuffi, raggiungibili dalla riva a bordo di un'imbarcazione, e di un "campo di nuoto", fiancheggiato da imponenti gradinate dalle quali si poteva assistere alle gare sportive organizzate fra le squadre degli stabilimenti. Presso l'arenile del Lido Trieste. Virzì, invece, veniva innalzata annualmente una monumentale giostra.


L'esperienza balneare della contrada Sperone risale al 1928 ed è legata principalmente ai Bagni della Salute, in contrada Vetrana, impiantati da Angelo Castelli. Accanto a questi vi era anche uno stabilimento gestito da Vito Bajamonte e lo stabilmimento balneare Savoja di Bernardo Rizzo. Anche alla Bandita di fronte la vetreria Caruso, sorsero nel tempo piccole strutture legate alla balneazione come quelle del 1926 realizzata da Francesco Ermini e, poi passate, nel 1928, alla gestione di Francesco Paolo Sinagra.


Nella zona di Acqua dei Corsari, la realizzazione di una prima struttura risale al 1928 grazie a una istanza presentata dal sacerdote Vincenzo Palermo. Qui, a partire dal 1930, sorse anche lo Stabilimento Santa Rita. Lungo il litorale di Acqua dei Corsari c'era anche il Lido Olimpo ma siamo già nel dopoguerra, aperto nel 1951 dalla famiglia Nolano, e lo stabilimento di bagni di Vincenzo Tramontana, impiantato stagionalmente a cominciare dal 1882, lungo l'arenile antistante la piazza, e accanto alla cosiddetta pescheria Reale.
Molti palermitani frequentavano questa borgata anche grazie al vaporetto Corvaja e alla linea del tram elettrico che collegava il centro cittadino. 


mercoledì 27 marzo 2019

Secondo appuntamento (r)evolution Romagnolo

Il secondo incontro di  (r)evolution Romagnolo è andato alla grande ! 
Che dire ? eravate in tantissimi e non smetteremo mai di ringraziarvi.
Il palermitano non è solo quello pigro e strafottente in grado  di lamentarsi, il palermitano è anche colui che crede nella propria città e che si sbraccia le maniche per dare un futuro migliore a se stesso e alle generazioni che verranno.